Una risposta alla lettera di Enrico Letta

Dalle pagine di Repubblica, l’ex premier Enrico Letta, il promotore di Mare Nostrum, una delle poche cose utili fatte negli ultimi 20 anni in tema di immigrazione nel nostro Paese e per le quali non c’è da vergognarsi di essere italiani ed europei, ha lanciato un appello a superare il Regolamento Dublino, “aggirandolo” attraverso un patto tra la parte più responsabile e ragionevole dei governi europei ed evitando in questo modo di restare bloccati dai veti razzisti di chi usa la criminalizzazione dell’immigrazione e delle ONG per fare carriera e aumentare i propri consensi.

A sostegno di questo “patto di Lampedusa”, come lo ha chiamato l’ex premier, che pur ci trova favorevoli nel suo impianto così generale, ci preme però sfatare un sottinteso – che spesso si cela dietro il dibattito sul Regolamento di Dublino e che rischia di viziare l’eventuale discussione. 

I dati delle richieste d’asilo e delle presenze di rifugiati nei principali Paesi dell’UE spiegano, più di ogni altro ragionamento, la portata di questo fenomeno negli ultimi 8 anni, a partire da quel 2011 della crisi delle cosiddette primavere arabe.

L’UNHCR indica chiaramente come l’Europa sia una delle regioni del mondo meno coinvolte nell’arrivo e nell’accoglienza di persone in fuga dalle loro case: in una fase storica nella quale guerre, persecuzioni, dittature, conflitti e disastri ambientali producono un numero sempre più grande di profughi, rifugiati e sfollati, noi europei siamo quelli che fanno meno, scaricando sui Paesi più poveri il peso di farsi carico delle conseguenze di scelte che spesso sono responsabilità diretta proprio dell’UE e del nostro modello di sviluppo.

In questo contesto globale, come mostrano le tabelle elaborate dall’ARCI su dati Eurostat, a dispetto delle credenze popolari, alimentate dal risentimento e dall’odio innanzitutto di politici xenofobi, l’Italia, tra i paesi europei, è uno dei meno impegnati nell’accoglienza e, nel caso si decidesse in favore del principio dell’equa distribuzione dei migranti, attraverso una riforma del Regolamento Dublino che superi il principio del Paese di primo approdo, come pur auspicato dal presidente Letta, il nostro Paese dovrebbe rivedere il proprio impegno sicuramente al rialzo.  

Le nostre politiche, da troppi anni, sono determinate dalla scelta di esternalizzare le nostre frontiere e il diritto d’asilo e non certo da sentimenti di accoglienza e solidarietà. Scelte che comportano ad esempio il rafforzamento delle milizie libiche, da noi trasformate in guardiani della frontiera italiana, nonostante siano responsabili delle più atroci violenze, torture e stragi; oppure accordi con dittature o “democrature” – come la Turchia di Erdogan nel 2016; o ancora le “penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni ad ogni arrivo di una nave”, per usare le parole di Letta: ma di questo nessuno si vergogna. Per ora.

Se allora una riforma è necessaria e urgente, laddove l’obiettivo principale sia quello di prendersi cura delle persone e dei territori garantendo i diritti sanciti dalla nostra Costituzione e dalle norme internazionali, è evidente che l’Italia debba essere pronta a fare la sua parte, impegnandosi molto più di quanto fatto finora, evitando di scaricare su altri le proprie responsabilità: “il futuro può essere diverso” solo se sapremo affrontarlo con sincerità e coerenza. 

La risposta al razzismo e alla xenofobia parte da qui.